Depubblicare

Sono a casa. Guardo la tv. Sono uno del pubblico da casa. Con i miei colleghi del pubblico da casa non ho alcun contatto. Goggle box, il programma britannico pur andato a male in Italia e dunque scomparso dal recente palinsesto mediaset, voleva offrirci uno spaccato del pubblico da casa, filmato per una differita da mettere in onda nata da una diretta televisiva, alle volte in diretta, alle volte in differita. Il pubblico da casa può intervenire e commentare ad alta voce quello che succede sullo schermo. A teatro non lo può fare più di tanto. Il pubblico da casa è spettatore tanto quanto quello del teatro, ma non si comporta allo stesso modo. Può fare quello che vuole: è a casa sua. Il pubblico del teatro non può. Deve rispettare il luogo. Sebbene si trovi in un contesto i cui servizi sono a lui dedicati, non è a casa sua. Certo, può tossire. Ma resta davvero imbalsamato nel posto a lui assegnato.

Eppure l’osmosi del primo nel secondo guida gli interventi partecipativi del pubblico contemporaneo. Su tutto, lo si può rintracciare in due gesti: l’applauso e la risata. L’applauso apre e chiude ogni performance musicale, coreutica e teatrale che venga eseguita in diretta. Maria de Filippi ha fatto scuola, amici. Così il pubblico a teatro sembra aver recepito questo indirizzo, e non può esimersi dalla partecipazione negli applausi ogni volta che c’è da sottolineare l’acme vissuto. Quanto alla risata, alle volte non capita che quella in diretta teatrale abbia il sapore di quella registrata televisiva? Certo, il riso è diabolico. E sti cazzi?

Insomma, è pur vero che l’occhio del critico deve guardare a quanto succede in scena; ma quanto succede in platea forse influenza la sua esperienza e può essere esso stesso motivo di attenzione del critico. Soprattutto adesso che la scena cerca apertamente la partecipazione della platea, sia essa teatrale, sia essa televisiva.

Il pubblico del teatro somiglia tanto al pubblico del cinema. Entrambi non possono mettere in pausa la rappresentazione [rendiamoci conto poi che in un televisore puoi togliere l’audio più comodamente che il video (il comando dell’opacità non è a portata di mano quanto quello del volume)]. A casa si avvera il sogno dell’abbattimento del tempo continuo reale per godere della segmentazione nel tempo in differita, soprattutto adesso che la logica dell’archivio ha invaso la rete e tutto nasce come replay di sè stesso.

Insomma, pur identificandoci nel pubblico, dobbiamo riconoscere che c’è pubblico e pubblico a seconda del contesto ed i contesti che vanno alla grande per la partecipazione del pubblico in quanto spettatore sono i teatri/cinema/sale da concerto da un lato, la casa dall’altro, mentre guadagna terreno la possibilità di un pubblico tanto nomade quanto collegato. In questo caso, la scuola l’ha fatta la radio, quel medium caldo caldissimo che ha rappresentato la prima forma di definizione di un pubblico di massa.

Lo share registra i gusti del pubblico in un monitoraggio attivo-passivo che dispiega le politiche (dunque le scelte) culturali nella creazione del palinsesto, del cartellone, della stagione, del programma. Il pubblico partecipa solo in quanto spettatore. Certo, lo zapping è permesso solo al pubblico da casa, mentre rispondere all’auraticità della vita culturale di una città è questione complessa in grado di intrecciarsi con l’altra, spinosa questione della mondanità, orticello su cui la cultura risorta ha riscostruito la sua Gerusalemme.

Il pubblico come certificato di garanzia: la sua azione definisce la fortuna di un’opera, sia essa teatrale o televisiva, musicale o letteraria. Il pubblico recepisce e restituisce il corso della moda. Al pubblico è demandato infatti il consumo.

[Antonio Mastrogiacomo]

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